
Riflessioni / Turismo e territorio
Cammini religiosi e turismo lento: un'opportunità per i territori
Negli ultimi anni la parola “sostenibilità” è entrata con forza nel linguaggio del turismo. La troviamo nei bandi, nei progetti di promozione, nei siti degli hotel, nei piani strategici delle destinazioni e nelle campagne istituzionali. Ma proprio perché è diventata una parola molto utilizzata, rischia di perdere significato.
Il turismo sostenibile non può ridursi a una fotografia con un sentiero, una borraccia in alluminio e un tramonto su un borgo. Non è un’etichetta da applicare a posteriori, né una frase elegante da inserire in una brochure. È, prima di tutto, una scelta di gestione.
Significa chiedersi che impatto produce una struttura ricettiva sul territorio in cui opera. Significa capire se il valore generato dal turismo rimane davvero nella comunità locale o se passa semplicemente attraverso di essa. Significa interrogarsi sui consumi energetici, sull’acqua, sui rifiuti, sulla mobilità, sulla stagionalità, sulla qualità del lavoro e sul rapporto tra visitatore e residente.
In questo senso, il tema degli antichi cammini e degli itinerari culturali e spirituali è interessante non solo per il valore storico o religioso dei percorsi, ma perché costringe il turismo a cambiare passo. Letteralmente e culturalmente.
I cammini insegnano una cosa semplice: il territorio non si consuma, si attraversa
L’iniziativa dedicata agli Antichi Cammini d’Italia, promossa da ENIT nell’ambito della valorizzazione degli itinerari culturali e religiosi, richiama un punto centrale: esiste un turismo capace di distribuire meglio le presenze, valorizzare luoghi meno battuti e offrire esperienze più lente, più consapevoli e più radicate nel territorio. ENIT richiama anche l’obiettivo di promuovere cammini alternativi e meno conosciuti, così da favorire una fruizione più equilibrata dei territori.
Questo aspetto è fondamentale. Perché la sostenibilità non riguarda solo “quanto inquino”, ma anche “dove porto le persone”, “come le faccio muovere”, “che tipo di relazione creo con i luoghi” e “che beneficio lascio dopo il loro passaggio”.
Il turismo lento, se ben organizzato, può diventare una risposta concreta a molti squilibri del turismo contemporaneo: concentrazione eccessiva in poche destinazioni, pressione sui centri storici, stagionalità estrema, impoverimento dell’esperienza turistica e marginalizzazione delle aree interne.
Ma attenzione: anche il turismo lento può diventare insostenibile, se viene gestito male. Un cammino senza servizi, senza manutenzione, senza accoglienza qualificata, senza segnaletica, senza trasporto integrato e senza una rete di imprese locali non è automaticamente sostenibile. È solo un’occasione non ancora trasformata in sistema.
La sostenibilità non è solo ambiente: è anche economia e comunità
La definizione internazionale di turismo sostenibile richiama espressamente gli impatti economici, sociali e ambientali del turismo, tenendo insieme i bisogni dei visitatori, delle imprese, dell’ambiente e delle comunità ospitanti.
Questo punto è decisivo per le imprese turistiche. Perché spesso, quando si parla di sostenibilità, si pensa solo alla parte ambientale: pannelli fotovoltaici, riduzione della plastica, raccolta differenziata, detergenti ecologici, efficientamento energetico. Tutte cose importanti, certo. Ma non sufficienti.
Una struttura ricettiva è davvero sostenibile quando riesce a stare in equilibrio su più livelli: ambientale, economico, sociale e organizzativo.
Non è sostenibile un hotel che spreca energia. Ma non è sostenibile nemmeno un hotel che lavora con margini talmente bassi da non poter investire, formare il personale o garantire continuità occupazionale.
Non è sostenibile una destinazione che promuove il territorio, ma lascia sole le imprese nel momento in cui devono gestire costi, burocrazia, personale, digitalizzazione e qualità del servizio.
Non è sostenibile un borgo che attira visitatori per qualche weekend, ma non costruisce una filiera stabile fatta di ricettività, ristorazione, guide, trasporti, prodotti locali, artigianato, cultura e manutenzione del territorio.
La sostenibilità, dunque, non è una dichiarazione di principio. È una prova di maturità.
Per le strutture ricettive cambia il modo di fare impresa
Nel mondo dell’ospitalità, parlare di turismo sostenibile significa entrare direttamente nel conto economico.
Una struttura che misura i consumi energetici, controlla il food cost, riduce gli sprechi, organizza meglio il personale, digitalizza alcuni processi e valorizza fornitori locali non sta solo “facendo bene all’ambiente”. Sta costruendo un modello più efficiente, più riconoscibile e più competitivo.
La sostenibilità vera non è nemica del margine. Al contrario, può diventare uno strumento di controllo, posizionamento e qualità.
Il problema nasce quando viene trattata come una voce di marketing separata dalla gestione quotidiana. In quel caso diventa fragile, poco credibile e spesso anche costosa.
Per un hotel, un agriturismo, un ristorante o una struttura extralberghiera, sostenibilità significa fare domande molto concrete:
Quanto consumo per camera occupata?
Quanto cibo butto ogni settimana?
Quanta parte della mia offerta racconta davvero il territorio?
I miei fornitori sono coerenti con il posizionamento che comunico?
Il personale è formato per spiegare agli ospiti le scelte della struttura?
La tecnologia mi aiuta a ridurre sprechi o è solo un costo in più?
Sto attirando un turismo coerente con il luogo in cui opero?
Sono queste le domande che trasformano la sostenibilità da parola astratta a strategia aziendale.
Il rischio del greenwashing turistico
C’è poi un altro tema che le imprese non possono ignorare: il rischio di raccontare più di quanto si faccia realmente.
Il turista contemporaneo è più attento, più informato e spesso più sensibile alla coerenza. Dichiarare di essere sostenibili senza avere comportamenti misurabili può diventare un boomerang reputazionale.
Gli standard internazionali del Global Sustainable Tourism Council, ad esempio, organizzano la sostenibilità turistica intorno a temi come pianificazione sostenibile, benefici sociali ed economici per la comunità locale, tutela del patrimonio culturale e riduzione degli impatti ambientali. Per le strutture ricettive, questi criteri rappresentano una base di riferimento utile per comprendere quanto il tema sia ampio e operativo.
Questo non significa che ogni piccola struttura debba trasformarsi domani in un laboratorio di certificazioni. Significa però che il mercato sta andando in una direzione precisa: meno dichiarazioni generiche, più evidenze concrete.
Dire “siamo green” conta poco. Dimostrare di aver ridotto i consumi, scelto fornitori locali, valorizzato il patrimonio culturale, formato il personale e migliorato la gestione degli sprechi conta molto di più.
Il turismo sostenibile ha bisogno di imprese, non solo di itinerari
I cammini, i borghi, le aree interne e gli itinerari spirituali possono essere una grande opportunità per l’Italia. Ma nessun percorso, da solo, crea sviluppo turistico.
Serve un sistema.
Servono strutture ricettive preparate.
Serve ristorazione coerente con il territorio.
Servono guide, servizi, trasporti e manutenzione.
Serve promozione, ma anche organizzazione.
Serve capacità di accogliere, non solo capacità di attrarre.
Il punto è proprio questo: il turismo sostenibile non si costruisce solo con una campagna di comunicazione. Si costruisce mettendo in condizione le imprese di lavorare meglio.
Perché senza imprese solide, formate e consapevoli, il turismo sostenibile rimane un bel racconto. Con imprese preparate, invece, può diventare una vera politica di sviluppo territoriale.
La sostenibilità come nuova responsabilità dell’accoglienza
Per Hermes, il tema non è semplicemente “fare turismo sostenibile”. Il tema è aiutare le imprese turistiche a comprendere che la sostenibilità sarà sempre più parte della gestione ordinaria.
Non sarà più un argomento separato. Entrerà nei costi, nei bandi, nella comunicazione, nelle recensioni, nella scelta dei fornitori, nella formazione del personale, nel rapporto con il territorio e nella percezione del valore da parte dell’ospite.
Una struttura ricettiva che oggi inizia a misurare, migliorare e raccontare correttamente il proprio impatto non sta inseguendo una moda. Sta preparandosi a un mercato più esigente.
E forse è proprio questa la riflessione più importante: il turismo sostenibile non è un turismo più debole, più lento o meno redditizio. È un turismo più intelligente.
Un turismo che non si limita a riempire camere, tavoli e strade, ma prova a lasciare qualcosa di utile dopo il passaggio degli ospiti.
Perché il futuro dell’ospitalità non sarà soltanto vendere una notte in più. Sarà dimostrare che quella notte ha generato valore, senza consumare inutilmente ciò che rende unico il luogo in cui viene vissuta.
Tag
- turismo lento
- cammini religiosi
- destagionalizzazione
- patrimonio culturale
- pnrr
